La macchia in fondo al quadro

Due uomini potenti, tutti gli strumenti del sapere umano — e una forma indecifrabile ai loro piedi che rovina la festa.

ART PILL

7/9/20262 min read

Hans Holbein il Giovane The Ambassadors (Gli ambasciatori), 1533, Olio su tavola di quercia, 207 × 209,5 cm, The National Gallery, Londra

Due uomini in piedi, a grandezza naturale, ai lati di un mobile a due ripiani. A sinistra Jean de Dinteville, ambasciatore francese alla corte di Enrico VIII, ventinove anni, vestito con una magnificenza quasi sfacciata: pelliccia, seta rosa, una daga al fianco. A destra il suo amico Georges de Selve, venticinque anni, futuro vescovo, in abito sobrio da uomo di chiesa. Ci guardano entrambi, calmi, sicuri di sé. Sono nel pieno della vita e nel pieno del potere.

Tra loro, il mobile è un inventario del sapere. Sul ripiano alto, gli strumenti del cielo: globi celesti, quadranti solari, congegni per misurare il tempo e la posizione degli astri. Sul ripiano basso, le cose della terra: un globo terrestre con le nuove rotte appena scoperte, un libro di aritmetica per mercanti, un innario luterano, un liuto. È il ritratto di un'epoca che crede di poter misurare tutto — il cielo, la terra, il commercio, la musica, la fede.

Ma c'è qualcosa che non torna. Attraversa la parte bassa del quadro, in diagonale, una forma grigia e allungata, indecifrabile. Sembra un errore, una macchia, un difetto della tavola. Chi guarda il dipinto di fronte non riesce a capire cosa sia — e la cosa lo infastidisce, perché tutto il resto è dipinto con una precisione ossessiva.

Poi ci si sposta. Ci si avvicina al bordo destro del quadro, quasi rasente la parete, e si guarda di sbieco. In quel momento la macchia si ricompone: è un teschio. Perfetto, nitido, enorme. E nell'istante esatto in cui appare, tutto il resto del dipinto — i due uomini, gli strumenti, la ricchezza, la certezza — si deforma e diventa illeggibile. Non si possono avere entrambe le cose. O si vede il mondo, o si vede la morte.

È l'unico caso noto in cui Holbein ricorse all'anamorfosi, e non fu un virtuosismo gratuito. Il Cinquecento europeo conviveva con la morte in modo per noi difficile da immaginare: la peste arrivava senza preavviso e cancellava intere città. Holbein stesso ne morì, a Londra, dieci anni dopo aver dipinto questo quadro. Il teschio non è un ornamento macabro: è la cosa più vera della tavola, l'unica che non ammette contestazione.

E non è nemmeno l'unico avvertimento nascosto. Sul berretto di Dinteville, se si guarda bene, c'è una piccola spilla a forma di teschio. Le loro età — ventinove e venticinque anni — sono incise sulla daga e sul libro, a ricordare che il tempo scorre anche per loro. E in alto a sinistra, quasi del tutto coperto da una tenda verde, si intravede un crocifisso: l'unica risposta che quell'epoca sapeva opporre alla fine.

Holbein aveva ricevuto la commissione più prestigiosa che un pittore potesse ricevere — celebrare due uomini di potere nel momento del loro trionfo. Ha consegnato il ritratto richiesto, magnifico e adulatorio in ogni dettaglio. Ma poi, tra i loro piedi, ha lasciato scivolare una forma che nessuno dei due poteva vedere stando in posa. Bisogna spostarsi per capirla. Bisogna smettere di guardare le cose da dove tutti le guardano.

Art Pills è la rubrica di Art & Joy.

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