Il paio di scarpe che fece litigare i filosofi
Van Gogh comprò per pochi soldi delle scarpe rotte che non gli stavano nemmeno. Un secolo dopo, tre pensatori si accapigliavano su chi le avesse portate.
ART PILL
7/9/20262 min read


Vincent van Gogh Schoenen (Scarpe), 1886, Olio su tela, 38,1 × 45,3 cm, Van Gogh Museum, Amsterdam
Nel 1886 Vincent van Gogh, appena arrivato a Parigi, gira per un mercatino delle pulci e compra un paio di scarpe da lavoro usate. Sono consumate, sformate, senza alcun valore. Le porta nel suo atelier di Montmartre e tuttavia le trova ancora troppo pulite: allora se le infila e cammina per le strade fangose finché non si riducono come le vuole. Poi le poggia a terra e le dipinge.
Non c'è altro nel quadro. Nessun ambiente, nessun contesto. Un fondo bruno indistinto, un accenno di pavimento, e loro: la tomaia crepata, i lacci sciolti che ricadono, la suola consumata, il cuoio che ha preso la forma di un piede che non c'è più. Quarantacinque centimetri di tela per un oggetto che chiunque avrebbe buttato.
Eppure si guardano con una sorta di tenerezza; finanche nostalgia. Non sono scarpe nuove dipinte bene: sono scarpe che hanno camminato. Il cuoio conserva la memoria del corpo che le ha usate, la pressione delle dita, il cedimento del tallone. Van Gogh non dipinge un oggetto: dipinge la traccia lasciata da qualcuno che non vedremo mai. Un ritratto senza volto.
Quarant'anni dopo, il filosofo Martin Heidegger vide questo quadro ad una mostra ad Amsterdam e ne fece il cuore di un saggio celebre sull'origine dell'opera d'arte. In quelle scarpe, scrisse, si affaccia la fatica del lavoro: immaginò che appartenessero a una contadina, evocò i campi, la terra, il vento, la stanchezza della sera.
Fu l'inizio di una delle liti più celebri della filosofia del Novecento. Lo storico dell'arte Meyer Schapiro obiettò che Heidegger si era inventato tutto: quelle scarpe non erano di una contadina, erano scarpe da città, e con ogni probabilità appartenevano a Van Gogh stesso. Un autoritratto travestito. Poi intervenne Jacques Derrida, che scrisse decine di pagine per dimostrare che entrambi avevano preteso troppo, che non si può nemmeno esser certi che le due scarpe formino un paio.
C'è qualcosa di comico e insieme di straordinario in questa storia. Tre dei più grandi pensatori del secolo che si accapigliano davanti a un paio di scarpe rotte comprate per pochi spicci ad un mercatino. Ma il fatto stesso che sia successo dice tutto sulla forza del quadro. Van Gogh non ha dipinto un simbolo, non ha caricato l'immagine di significati: ha guardato una cosa povera con un'attenzione così totale da renderla bella.
Non serve un soggetto nobile per fare un'opera profonda. Serve uno sguardo che si ferma dove nessuno si ferma, e che non chiede all'oggetto di essere nient'altro che sé stesso. Van Gogh scriveva al fratello Theo che gli premeva più la verità che la bellezza. Queste scarpe sono la prova che, a volte, sono la stessa cosa.
Art Pills è la rubrica di Art & Joy.

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