Il compito assegnato da Michelangelo
A ventidue anni, una ragazza di Cremona risolve il problema che il più grande artista vivente riteneva più difficile: dipingere il pianto.
ART PILL
7/27/20262 min read


Sofonisba Anguissola Fanciullo morso da un gambero, c. 1554, Carboncino e matita su carta cerulea, 33,3 × 38,5 cm, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Gabinetto Disegni e Stampe, Napoli
Un bambino ha infilato la mano in un cesto e qualcosa lo ha morso. La bocca si spalanca, le sopracciglia si sollevano al centro, gli occhi si stringono in quella contrazione inconfondibile che precede il pianto vero. Accanto a lui, una ragazzina più grande gli tiene il polso e lo guarda — con preoccupazione, ma anche con quel principio di sorriso che viene a chiunque assista a una disgrazia minuscola. Sono i fratelli di chi disegna: Asdrubale, che ha tre anni, ed Europa.
Il foglio è piccolo, tracciato a carboncino su carta azzurrina, e sembra uno schizzo domestico. È invece uno dei documenti più importanti del Cinquecento italiano, e nasce da una sfida.
Sofonisba Anguissola ha poco più di vent'anni e vive a Cremona, figlia di un nobiluomo che ha voluto per le sue figlie un'educazione completa — musica, lettere, pittura — cosa allora rarissima. Il padre spedisce alcuni suoi disegni a Michelangelo, che ha ottant'anni ed è il più grande artista vivente d'Europa. Tra questi c'è una fanciulla che ride. Michelangelo risponde con un'osservazione che è insieme un complimento e una provocazione: le piacerebbe vedere un ragazzo che piange, soggetto assai più difficile da rendere.
Sofonisba accetta. Mette in posa i fratellini e — secondo il racconto tramandato — fa piangere Asdrubale apposta, per coglierne l'espressione dal vero. Poi manda il foglio a Roma.
Ciò che ottiene non era mai stato fatto prima. Fino a quel momento la pittura sapeva rappresentare il dolore come stato: la Vergine che soffre, il martire che patisce, il compianto sul Cristo morto. Sono emozioni durevoli, composte, appartenenti al registro alto. Sofonisba cattura invece un istante: la frazione di secondo in cui una sensazione fisica improvvisa attraversa i muscoli del viso e li deforma. Non è dolore nobile, è dolore ridicolo — un morso in un cestino — e proprio per questo è vero.
Ci sono radici precise dietro questa conquista. Leonardo, nel Trattato della pittura, aveva raccomandato ai pittori di studiare i moti dell'animo osservando la gente reale, e la sua fisiognomica si era diffusa in Lombardia. Sofonisba raccoglie quella lezione e la porta a una conseguenza che nessuno aveva ancora tratto: che l'espressione più difficile da dipingere non è quella più solenne, ma quella più veloce.
Il disegno ebbe una fortuna straordinaria e una storia curiosa. Passò nella collezione del cardinale Fulvio Orsini, poi ai Farnese, poi ai Borboni di Napoli. Nel 1799, durante il trasferimento, l'attribuzione a Sofonisba andò perduta, e per quasi due secoli il foglio restò anonimo negli inventari. Nel frattempo, però, aveva già fatto il suo lavoro: circolava a Roma, veniva copiato, entrava nell'occhio dei pittori.
Quanto a lei, Sofonisba fece una carriera che nessuna donna aveva mai fatto. Entrò alla corte di Filippo II di Spagna come dama e ritrattista, sposò poi il viceré di Sicilia, visse fino a novantatré anni. Nel 1624, ormai quasi cieca, ricevette a Palermo la visita di un giovane pittore fiammingo di nome Anton van Dyck, che prese appunti sulla conversazione e la ritrasse. Era l'ultima testimone di un'epoca che aveva contribuito a cambiare — a partire da un bambino di tre anni e da un gambero.
Art Pills è la rubrica di Art & Joy.

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